Camilla Corridori è attrice, regista, insegnante e formatrice teatrale. Lavora nel mondo del teatro dal 2005 portando avanti una ricerca fondata sull’unione tra parola, narrazione e musica. Ha studiato recitazione e danza specializzandosi a Milano in recitazione teatrale; parallelamente ha coltivato una forte propensione per il teatro sociale e per i temi di attualità e politica, diventati centrali nel suo percorso. Oltre al lavoro di attrice, opera in ambito formativo, soprattutto in contesti legati alla disabilità, con cooperative e fondazioni tra cui FOBAP a Brescia.
[Laura, IDRA Teatro] Camilla, parlaci un po’ di te: chi sei e come si struttura la tua carriera?
[Camilla Corridori] Ciao! Lavoro nel settore teatrale dal 2005: sono attrice, regista, insegnante e formatrice teatrale. Ho una mia compagnia ma sono sempre stata aperta alla collaborazione con altri artisti e artiste. Negli anni ho lavorato con Anna Teotti, Cicogne Teatro e Teatro Telaio su progetti a forte impatto sociale. Mi piace molto unire il teatro di parola e di narrazione alla musica, e per questo ho collaborato con diversi musicisti, anche bresciani, come Davide Bonetti e Vincenzo Albini. Più recentemente sto lavorando con Sara Pessina, drammaturga, con cui condivido anche il progetto che porterò a Wonderland Festival 2025.
Oggi lavoro molto nella formazione, soprattutto in contesti legati alla disabilità. Porto avanti da anni progetti con una cooperativa di Iseo e, più recentemente, collaboro con FOBAP a Brescia. Con queste realtà produco spettacoli che coinvolgono persone disabili, educatori ed educatrici, volontari e volontarie. Nel tempo siamo diventati una vera famiglia.
In passato ho lavorato anche con comunità etniche di Brescia, e questa attenzione verso il sociale si riflette nei testi degli spettacoli che ho scritto e prodotto. Nel 2018 ho realizzato lo spettacolo CANTO DEL MARE dedicato ai dispersi nel Mediterraneo, un altro progetto affronta invece il tema della caccia alle streghe in Valle Camonica, un argomento storico attuale che parla di donne forti, spesso bersaglio di giudizi e persecuzioni.
L’attenzione alla diversità e all’attualità attraversa tutta la mia strada artistica e quella dell’insegnamento: per me sono due percorsi che si intrecciano continuamente.
[L.] Nei tuoi lavori il fil rouge è legato all’impegno civile e, in particolare, alla potenza femminile. Questo si ritrova anche nello spettacolo che porterai al festival?
[C.] Sì, il lavoro che porterò a Wonderland nasce da un confronto molto intenso con Sara Pessina, iniziato circa un anno fa. È un dialogo sul tema della donna: sulla sua forza, ma anche sulla sua fragilità, sul sentirsi frammentata, sul bisogno di indossare un abito che senta davvero proprio, in libertà.
È uno spettacolo personale: come donna ho messo tanto di me. Credo che oggi le donne abbiano un’urgenza profonda di essere, di sentirsi libere, di esprimersi come desiderano. Ma questo discorso può essere esteso a chiunque: spesso guardiamo le persone in modo bidimensionale, attraverso un’immagine, una storia sui social, un’etichetta. Non vediamo le sfaccettature, non andiamo oltre la superficie.
Con Sara ci siamo interrogate proprio su questo: sull’identità femminile, sulla forza femminile, raccontata come una matrioska fatta di tanti pezzi diversi, anche contrastanti, che però stanno insieme. Chi lo dice che una donna è solo una cosa? Che non può essere strega e santa allo stesso tempo?
[L.] Questo spettacolo sembra però avere anche un tono più leggero rispetto ad altri tuoi lavori.
[C.] Sì, volutamente. Dopo tanti spettacoli legati a temi sociali forti e urgenti, sentivo il bisogno di stare in un altro territorio: quello del riso, della tenerezza, della gioia, dell’amorevolezza. A un certo punto mi sono persino chiesta se fosse “giusto” farlo in questo momento storico, se avesse senso portare in scena qualcosa di leggero, quasi folle, con una donna che all’inizio fa anche ridere. Me lo chiedevo sentendo quasi un senso di colpa. Poi una collega e amica, una cantastorie argentina molto impegnata socialmente e politicamente, mi ha detto una frase illuminante: “Camilla, stare oggi nel territorio del riso e della tenerezza è un atto politico”.
[L.] Tornando al tema delle streghe: come si struttura lo spettacolo?
[C.] Lo spettacolo è innanzitutto un gioco con il pubblico. C’è una donna che vuole raccontarsi ma non sa quale versione di sé scegliere, perché ne ha tante. Ne ha contate ventidue, come le carte dei tarocchi: ventuno più una, il Matto, per cui non si sa mai cosa accadrà. La donna chiede aiuto al pubblico, che sceglie quali di queste versioni far emergere. Queste sono divise in tre grandi categorie: le dee, che raccontano pezzi di vita (la nascita, l’adolescenza, la madre, la sorella), le icone, figure celebri a cui si ispira (come Josephine Baker o Loredana Bertè), e le sorelle, donne comuni che ha incontrato nella sua vita (come la nonna). C’è anche una figura maschile, Angelo, uno psicoterapeuta che sembra quasi davvero un angelo: qualcuno che ti guarda, ti vede, anche senza parlare. Tutto passa attraverso un grande baule da viaggio pieno di oggetti, pezzi di tutte queste donne. Alla fine si compone un’identità fatta di frammenti, nessuno dei quali è lasciato indietro perché lei non riesce – e non vuole – scegliere.
[L.] È una performance poliedrica, anche dal punto di vista dei linguaggi?
[C.] Sì, esatto, durante la residenza abbiamo lavorato moltissimo sul testo. Il seme dello spettacolo nasce anni fa da un corto di 15 minuti che avevo scritto, SONO NATA; da lì siamo partite, aggiungendo testi tratti dalle vite delle icone, da racconti condivisi, trovando un linguaggio specifico per ciascun gruppo. Le dee, per esempio, cercano una verità più intima perché raccontano pezzi di vita reale. Abbiamo lavorato molto anche sul costume, sul cambio d’abito come gesto simbolico: togliere, mettere, provare. Avrei voluto cambiare vestiti all’infinito, ma mi hanno giustamente detto che non sono Arturo Brachetti!
[L.] Ritorna quindi il tema del cambiamento.
[C.] Sì, del desiderio di cambiare, di non portare lo stesso cappotto tutta la vita. Se un giorno mi sveglio e voglio diventare musulmana, perché non posso? Se poi voglio cambiare ancora, perché non posso? Sono temi complessi, certo, ma avevo voglia di divertirmi e di far divertire, aprendo anche prospettive diverse. Viviamo in un’epoca che chiede coerenza assoluta, come se dovessimo essere una cosa sola per sempre. Io credo invece che sia importante rivendicare il diritto alla molteplicità, soprattutto per le nuove generazioni: è un messaggio di fiducia e di coraggio.
[L.] Ultima domanda, quella fondante del festival: di chi è la colpa?
[C.] Non metterei colpevoli sui piedistalli. Resterei qui, tra noi. La responsabilità è di chi rinuncia, di chi non prova nemmeno a fare piccole azioni di cambiamento nella quotidianità. Di chi resta in superficie, non approfondisce, beve quello che arriva. E poi sì, più in alto, la colpa è di chi parla per slogan, di chi fomenta le folle sulla superficialità. A noi spetta il compito di studiare, approfondire, prenderci la responsabilità delle nostre azioni, anche nelle piccole cose. È faticoso, lo so. Ma se smettiamo di seminare allora abbiamo già finito.







