Collettivo Ruth è formato da Aichatou Cherif, Filippo Seziani, Giovanni Consoli e Sara Soravito. In residenza a IDRA Teatro Aichatou Cherif, danzatrice e performer diplomata alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi con specializzazione in danza contemporanea, e Giovanni Consoli, performer con formazione in teatrodanza e recitazione, che ci hanno raccontato del tempo trascorso durante la loro residenza artistica in preparazione a Wonderland Festival 2025.
[Marco – IDRA Teatro] Prima di tutto vi chiedo di presentarvi brevemente: chi siete e a quale progetto state lavorando?
[Giovanni Consoli] Io sono Giovanni Consoli.
[Aichatou Cherif] Io Aichatou Cherif.
[G.] E insieme siamo Collettivo Ruth, un collettivo poliartistico nato da persone con professioni diverse, sempre nell’ambito culturale: circensi, attori, attrici, danzatori e danzatrici. Ci occupiamo principalmente di spettacoli di danza e cerchiamo di uscire da quella che è “la danza per la danza” per trovare una struttura di racconto all’interno di un sistema che di per sé è molto astratto, arricchendolo con una forma drammaturgica, senza togliere nulla della sua bellezza. Al momento stiamo lavorando su H.A.N.D. – Have a Nice Death, un progetto che parla di suicidio, nato da un’esigenza che ho avuto tanti anni fa, rispetto a situazioni in cui mi sono trovato. L’intenzione è di evitare di focalizzarci sull’idea di suicidio come “bello o brutto” o “positivo o negativo”: non c’è un giudizio su quell’azione, che può essere salvifica per certi punti di vista, per altri no, dipende da che prospettiva o cultura la si osserva. I nostri studi al riguardo ci hanno portato alla conclusione che non possiamo parlare di un suicidio vissuto perché sarebbe un controsenso.
[A.] Sì, è un controsenso parlare dell’atto in sé.
[G.] Non ci interessava neanche affrontare questo aspetto. Mentre lavoravamo ci siamo dette “Stiamo facendo qualcosa di difficile, anche per noi che ci troviamo dentro”. Vogliamo infatti focalizzare il momento di decisione di quell’atto, quello che sta appena prima dell’eventuale atto in sé. In questo caso la danza si sta rivelando uno strumento molto utile perché quello che stiamo cercando di fare non è mostrare due persone, ma l’interno di un’unica testa. Ciò che si vedrà in scena, cioè io e Aichatou, sarà due controparti dello stesso soggetto: una vivifica, l’altra mortifera. Siamo due facce della stessa medaglia. Abbiamo provato a lavorare sulla lotta di queste due parti, di cui una sembra vincere, poi tutto ritorna sempre in gioco, arrivando alla conclusione che riusciamo a essere dei soggetti completi perché abbiamo entrambe queste parti compresenti. Penso sia una cosa comune il fatto che tutte le persone abbiano pensato almeno una volta nella vita “Mi faccio fuori”. Quello su cui ci stiamo concentrando è il perché no. È una domanda difficilissima, che stimola tanto. Il discorso indaga il piano per cui lo squilibrio, la frattura di queste due parti è quella che poi propende da una parte o dall’altra. Chiudo dicendo che siamo molto felici di aver compiuto questo lavoro perché si è avvalso dell’aiuto di tanti professionisti e tante professioniste del mondo dello spettacolo, che sono amici e amiche, e che hanno interpretato tutto il discorso che volevamo fare in maniera molto forte. La spinta finale è arrivata dall’incontro con una ragazza, Maddalena, affetta da sindrome borderline, che più volte ha cercato di uccidersi e spesso è andata in clinica psichiatrica. Ha deciso di incontrarci e portarci tutte le poesie che lei ha scritto per trovare una via di uscita. Con il suo permesso le abbiamo utilizzate a livello di registrazione e parole.
[M.] È stata lei a trovarvi?
[G.] No, il tutto è nato quando io e un mio amico eravamo a un matrimonio insieme. Lui mi ha chiesto su cosa stessi lavorando in quel periodo e io gli ho raccontato il progetto, così lui mi ha parlato di una sua amica. Abbiamo incontrato Maddalena in una situazione che non la mettesse in difficoltà. Eravamo in un bar. Lei è arrivata con quello che chiama “diario degli incubi”, un diario su cui lei scriveva e disegnava. Aprendolo capisci effettivamente cosa c’è nella sua testa. Ha realizzato anche dei dipinti, che tiene appesi in casa, fatti con collage di archivi di obitori, anatomia patologica etc.
[A.] L’incontro con Maddalena è stato per noi fondamentale ma non volevamo raccontare la sua storia.
[G.] Non volevamo nemmeno lavorare su un ambiente dark, che avrebbe avuto un richiamo forte su questo tipo di lavoro. Abbiamo preferito trovare una dimensione astratta.
[M.] Il titolo è H.A.N.D. è inteso come “dare una mano”?
[G.] Un giorno stavo tornando da Milano, ero sul treno e stavo ascoltando un gruppo con un nome simile a Have A Nice Death, un gruppo sconosciuto, mi era comparso a caso. Ho pensato “Carino! Have A Nice Death è un augurio che mi piacerebbe ricevere”. Poi vedendolo scritto così mi sono accorto dell’acronimo e ho deciso che, se mai ci sarebbe mai stato uno spettacolo, avrebbe avuto questo titolo. Quindi prima è venuto HAVE A NICE DEATH, il cui acronimo è H.A.N.D.Parlando di suicidio, quindi di un’azione che un soggetto si auto-infligge, abbiamo scelto di adottare questo titolo perché la mano, anche in senso metaforico, è il mezzo attraverso cui tutto accade. Al momento non c’è l’accezione di cui parli però mi hai dato un ottimo spunto da utilizzare!
[M.] E quando è nato il progetto? Prima di questa residenza artistica?
[G.] Sì. Oltre a parlare molto, io penso e scrivo tanto. Per questo collaboro con persone che mi accettano proprio per questa disfunzione. Avevo pensato a questo lavoro, seppur in maniera completamente diversa, nel 2018. L’avevo scritto e mollato lì: non era ancora il suo tempo. Poi a un certo punto, l’anno scorso, abbiamo fondato Collettivo Ruth, di cui io e Aichatou siamo i referenti. Oltre ad avere un’ottima sintonia da un punto di vista professionale, ne abbiamo una anche a livello umano. Per quello che riguarda me, è la persona a cui affido tutto me stesso: ho dedicato la tesi di laurea ad Aichatou.
[M.] Molto probabilmente se non ci fosse una sintonia interpersonale, sarebbe anche più difficile lavorare all’interno di un gruppo.
[G.] Sì, soprattutto per portare avanti certi discorsi, anche sul futuro del nostro lavoro. Tornando alle parole di prima su H.A.N.D., ero in un periodo abbastanza complesso, in cui erano tornati vecchi pensieri e la prima persona con cui ne ho parlato è stata Aichatou; quando mi è venuto in mente il lavoro che avevo scritto, le ho detto “Se mai ci sarà modo di lavorare a questa cosa, mi piacerebbe farlo con te, perché sei l’unica con cui ho potuto fare certe riflessioni”. Lavorando assieme per fare un video di prova, di giusto 5 minuti, ci è venuto in mente di essere due facce della stessa medaglia. Prima eravamo due soggetti che vivevano in una casa.


[M.] Il vostro progetto precedente è stato TOUCH UP, un lavoro che racconta il timore che il progresso tecnologico possa offuscare tutto ciò che riguarda l’umano. Nei vostri progetti è ricorrente la denuncia e l’intenzione di portare temi sociali che facciano riflettere?
[G.] Sì, come manifesto c’è questa intenzione. È capitato che le persone che hanno visto TOUCH UP ci dicessero “Che bello trovare dei giovani che fanno ancora resistenza”. C’è la volontà di denunciare un fatto, sempre escludendo la questione del “positivo o negativo”.
[A.] Sì, senza giudizio.
[G.] Nel caso di H.A.N.D. non c’è una volontà di denuncia effettiva di una cosa: è mettere in luce un fatto che a livello di contemporaneità è sempre più presente, anche in gente più giovane di noi. Non so quanti anni hai tu.
[M.] 23.
[G.] Ecco, più giovane di noi. E per situazioni assurde: se una persona si suicida nel bagno dell’università perché è stata bocciata a un esame, non è un problema della persona che compie l’atto, è un problema del sistema che si sta costruendo in un certo modo.
[M.] Questa tematica potrebbe anche legarsi al vostro progetto precedente, nel senso delle ragioni che portano una persona a suicidarsi.
[G.] Ovviamente sì. Sicuramente questo lavoro risulta meno d’impatto e immediato di TOUCH UP, e di questo ne sono sicuro, però se dovesse esserci anche solo una persona in mezzo al pubblico che sente quelle voci o vede quelle immagini, e magari arriva a casa e dice “Io sto pensando di finirla qui” – citazione di un film – questo per me già è sufficiente. Vogliamo provare ad accendere, almeno per quello che è nelle nostri possibilità, una piccola luce sulla contemporaneità e forzarla. L’altro giorno ho scritto l’espressione “forsennare il reale”, dire che c’è questa situazione, perché io penso che non se ne parli qui. Ad oggi credo che non ci sia una ragione per cui si debba andare a teatro. Io lo faccio ma perché una persona di qualunque età dovrebbe uscire per andare a teatro e vedere qualcosa che non capisce e che è distante, soprattutto se si parla di danza? Non dico che tutto si debba comprendere, però che almeno qualcosa sia leggibile. Oggi, più che in qualsiasi altro periodo, si deve dare una ragione per portare la gente a vedere quello che facciamo. C’è un altro lavoro in cantiere, che sarà una produzione del 2026, sempre di un tema sul contemporaneo. Sarà una denuncia estremamente più spinta sia di TOUCH UP che di H.A.N.D.
[M.] Più esplicita?
[G.] Sì, perché è nata da un’incazzatura.
[M.] Tua?
[G.] Sì, dalla rabbia per cose che non mi riguardano ma che mi toccano in quanto faccio parte di questo universo. Poi io do libero sfogo ai miei pensieri, metto su carta tutto. Ho proposte da fare a Collettivo Ruth fino al 2028!
[A.] E se ci risentiamo a novembre, saremo già arrivati al 2030!
[M.] Da un lato è meglio così.
[G.] Sì, io impazzirei altrimenti. Adesso abbiamo un’altra residenza, poi un’anteprima ad Alessandria, una prima in Friuli e questo spettacolo a Wonderland Festival. Finito novembre venderemo lo spettacolo e a gennaio 2026 inizieremo il prossimo.
[A.] Stiamo già chiedendo altre residenze artistiche per il nuovo progetto senza aver finito questo. È già tutto scritto. Nel corpo zero.
[M.] Quindi tutta la parte fisica nasce qui?
[G.] Da un punto di vista coreografico, sì. Prima di iniziare la residenza avevamo pensato, scritto e dialogato con psicologi e psicologhe che parlavano proprio di dualismo. Il vantaggio di fare tutto questo lavoro preliminare è di arrivare in sala e nel giro di 8-9 giorni costruire 20-25 minuti di spettacolo. Sapevamo già dove andare.
[A.] Anche a livello del corpo è stato molto interessante, perché noi avevamo delle idee, delle immagini, una in particolare venuta durante un’improvvisazione di TOUCH UP, ossia avere due soggetti, di cui uno è un corpo svuotato, assente, facilmente modellabile. Questa immagine è diventata un pezzo di H.A.N.D. che noi chiamiamo “death couple”. Leggendo il diario di Maddalena, a un certo punto ho aperto una pagina che diceva “Il mio corpo è vuoto”. Ho guardato il diario, ho guardato Gio, “Leggi” gli ho detto. Mi ha risposto “Perfetto, abbiamo avuto la stessa sensazione”. Nello spettacolo ci sono due parti che viaggiano dentro una mente; nel momento in cui si rendono conto entrambe dell’esistenza dell’altra, c’è un confronto in cui ognuna cerca di lottare e vincere. Per questo motivo è stato molto utile compiere un lavoro di studi e chiacchiere prima di entrare in sala, così, durante le prove, avevamo già l’arco narrativo e, a grandi linee, le sezioni su cui lavorare. Adesso stiamo andando a definire il tutto.
[G.] A differenza di TOUCH UP, che è una storia che inizia e finisce in due punti ben precisi, qua c’è molto più spazio per trovare altre cose. È tutto più complesso. Noi immaginiamo lo spazio come se ci fosse uno specchio al centro che divide lo spazio a metà. Lavoriamo in simmetria per far vedere al pubblico i due soggetti che compiono gli stessi movimenti a specchio. Per il mio cervello è davvero complesso, perché io magari ho come piede portante il destro, e lei anche, ma devo usare il sinistro. Anche i costumi sono specchiati. La difficoltà diventa quella di non diventare didascalici a livello coreografico. Nonostante sia un pezzo danzato, si capisce che loro due stanno lottando.


[M.] Si vede immediatamente la vostra sintonia. Vivere queste settimane a stretto contatto ha messo in crisi il vostro modo di lavorare?
[G.] Siamo davvero bilanciati. Calcola che io e lei, chiudendo questa residenza, siamo insieme da dieci giorni.
[A.] Dal 16 agosto. Il 22 siamo andati in scena con TOUCH UP, ma avevamo bisogno di sistemare ancora delle cose, quindi dal 16 al 22 agosto siamo stati con altre due persone in una casa piccola. Poi ci siamo separati due giorni in cui abbiamo fatto altri lavori, lui a Tuscania e io in Svizzera, poi ci siamo ritrovati qua. Adesso avremo una settimana di stacco e poi un’altra settimana insieme.
[G.] Anche quando lavoriamo con altre persone, riusciamo a capirci molto bene. Io so quando lei sta per distruggere tutto, o viceversa, e allora ci passiamo la palla. È molto bello! Io dico sempre che è stata una grandissima fortuna trovarci e avere questi caratteri. Le nostre diversità sono quelle sulle quali ridiamo, che ci permettono di anticipare l’altro rispetto a cose che stanno per succedere. In sostanza, la convivenza di queste settimane non ha messo in crisi niente, penso invece che abbia rafforzato il nostro rapporto. Abbiamo visto per la prima volta com’era lavorare noi due da soli: impieghiamo un terzo del tempo. È proprio un approccio professionale. Poi entrambi ringraziamo che abbiamo una settimana anche di stacco per tornare poi a lavorare insieme.
[A.] Sì, secondo me anche il fatto di vivere insieme ventiquattr’ore su ventiquattro ti permette di usare il tempo in sala per provare e creare. Comunque non stacchi mai il cervello, anche fuori dal teatro continui a ragionare e il discorso va avanti. Secondo me risultiamo anche un po’ odiosi alle persone che ci stanno intorno. Penseranno “Ma potete parlare di altro?”, ma per noi è così, questo ci permette di non sprecare il tempo in sala.
[A.] Poi non pensiamo che questo nostro approccio sia più giusto di un altro però quando hai la fortuna di avere un luogo per sviluppare, ma hai un tempo limitato, non puoi investire, se non è proprio necessario, tutto quel tempo per parlare. Lo fai prima, perché tanto si può fare ovunque.
[G.] Quando siamo venuti qua, la mattina del primo giorno ci siamo fermati, nel senso che abbiamo iniziato a decidere alcune cose. Eravamo io, Aichatou e due compositori: abbiamo letto i fogli di Maddalena e passato la mattinata a raccogliere suggestioni dalle sue parole. Così è nata un’idea a livello musicale. Maddalena nel suo diario parla di scarafaggi, che ha l’impressione che di notte la vengano a prendere. A un certo punto nello spettacolo quindi abbiamo introdotto dei suoni intensi che aumentano sempre più di volume. Poi, in generale, io inizio un discorso e ne apro altri mille, almeno Aichatou è più tranquilla e pensa alle cose singolarmente e in maniera chiara. Non ho sicuramente problemi a parlare, infatti quando facciamo delle presentazioni inizio sempre io.
[A.] Quando vedo le facce del pubblico, gli dico dico io “basta!” [n.d.r. ridono]
[M.] Ed ecco l’ultima domanda che vi faccio, sarà perfetta per te, Giovanni, perché fa girare molto il cervello. Collegandoci al claim di Wonderland Festival 2025: di chi è la colpa?
[A.] Possiamo dare due risposte? Io la mia e lui la sua.
[M.] Certo.
[G.] Bellissima questa domanda! Io do una risposta che in realtà secondo me abbiamo già dato, però la metterei in una maniera più “stupida”. Quando ero piccolo – è successo davvero – avevo la febbre e stavo dormendo. A un certo punto, completamente a caso da come mi ha raccontato la mia famiglia, mi sono alzato e ho iniziato a gridare “È l’industria, è l’industria!” Quindi mi viene da rispondere che la colpa è dell’industria, che comunque si collega ai concetti di prima. Secondo me la colpa è di chi dice che esiste una società del merito e prende questa cosa come una modalità per costringere tutti e tutte a essere sempre costantemente performativi. Mi toglierò questo sassolino dalla scarpa: chi ci governa in questo momento spinge sempre più sulla necessità di essere sempre performanti, il che sta facendo del male. Questo vale anche per il mondo dello spettacolo, nel senso che per me è un paradosso essere costantemente performativi. In età giovane poi, è un’idea che sta togliendo qualsiasi libertà di essere e di scelta. Non possiamo più scegliere niente. A me questa roba manda fuori di testa. Quindi io do la colpa a queste persone sia di tutto quello che succede sia del fatto che stiamo facendo questo spettacolo. Se non ci fossero certi argomenti da cui partire, non avrei nulla su cui lavorare.
[A.] Di chi è la colpa? Di Giovanni Consoli! A parte gli scherzi, penso che la colpa sia di chi non sa accettare i tempi diversi che le persone hanno, il che si ricollega alla produttività e al dover essere incasellati in qualcosa. Da quando finisci le superiori hai tempo cinque anni per l’università, poi dopo sei fuori corso. La colpa di far sentire sbagliate le persone che hanno dei ritmi diversi, che poi potrebbero essere anche giusti. La frenesia di essere un qualcosa. Io posso o non posso saperlo e magari lo scopro a sessant’anni o magari non lo scoprirò mai e farò tutta una vita di tentativi. Non vedo perché debba essere una colpa e non vedo che cosa ci sia di sbagliato in questo.
[G.] È di Milano la colpa, effettivamente Milano rispecchia questo. Milano ha la colpa delle mie sofferenze amorose, Milano ha la colpa della frenesia. Questa giornata sarà dedicata a pensare a tutte le possibili risposte alla domanda “di chi è la colpa?”.
[A.] Il fatto che io abbia scelto di fare questo lavoro è assolutamente colpa di mia mamma.
[M.] Povera mamma! Quindi anche un merito… un senso di ambivalenza, un po’ una colpa, un po’ un merito.
[A.] Mia mamma è attrice, quindi io sono cresciuta in questo mondo. Ho sempre scelto la danza rispetto al teatro. Lei ha provato a farmi fare teatro quando ero piccola ma io le ho sempre detto che l’idea di stare su un palco e dire delle parole non mi piaceva. È colpa sua se io sono cresciuta con davanti la possibilità di questo mondo, vedere lei riuscire a costruirsi una realtà che vive da quarant’anni e crescere una figlia. È colpa sua se ritengo questo un lavoro e quindi è colpa sua se io ho scelto di fare la performer.
[G.] O un merito, vedi?
[A.] O un merito. Dipende dai punti di vista.
[G.] E per te, di chi è la colpa?
[M.] Condivido molto quanto avete detto, ovvero il sentire il peso di trovare la propria strada in un tempo sempre più ridotto e dover anticipare sempre più questo raggiungimento. Forse, a volte, è anche colpa di ciascuno di noi, nel senso che, sebbene ci sia esternamente questa pressione, sei tu che in qualche modo decidi di farti toccare dalla questione o no. Forse è anche colpa di ciascuno di noi che permettiamo che le cose esterne vadano a toccare anche quelle interne. Un po’ è colpa anche dell’ego.







