In occasione della sua residenza presso i nostri spazi a IDRA Teatro, Francesca Mainetti, artista bresciana, direttrice artistica di Teatro19, regista, formatrice e autrice, ci ha svelato alcuni dettagli sul suo nuovo progetto IOCASTA.


[Benedetta – IDRA Teatro] Ciao Francesca, raccontaci un po’ del tuo nuovo progetto. Qual è stata l’idea di partenza?
[Francesca Mainetti] L’ispirazione è venuta dai testi di Giovanni Testori con cui sono entrata in relazione grazie alla mia compagnia teatrale Laboratorio Metamorfosi. Leggendo e studiando Testori ho percepito un linguaggio che per me è pura poesia: la follia e l’irrazionale, ambiti che tocco spesso con il mio lavoro e fonte di grande ispirazione dal punto di vista artistico, portano in scena l’osceno, ossia il “fuori dalla scena”. Io ragiono allo stesso modo: per me il teatro è il luogo dove si fanno le cose assurde che non si fanno altrove, come matti per strada. Di conseguenza, portare l’osceno in scena ha un senso. Con Testori ho incontrato un linguaggio che effettivamente tratta di quello che ha a che fare con le pulsioni profonde, il corpo, il sangue e l’animalità della vita: qualcosa che “il matto” semplicemente porta più in fuori di noi, ma in cui ci riconosciamo tutti e tutte. Pensando che Testori fosse perfetto per il mio lavoro, ho iniziato a studiarlo e con la compagnia Laboratorio Metamorfosi abbiamo deciso di realizzare una trilogia, con le tre tragedie di Testori, MACBETTO, AMBLETO ed EDIPUS. AMBLETO l’ho saltato; ci penseremo. Avendo fatto MACBETTO ho deciso di proseguire il lavoro con EDIPUS, un monologo in cui rimane un attore solo. Essendo io donna, l’ho girato al femminile. La ricerca che sto portando avanti si chiama quindi IOCASTA e la sto realizzando in accordo con Casa Testori. È una storia che in fondo riguarda un po’ anche me eppure io non sono per niente sola: sono una delle tre direttrici del Teatro19 di Brescia, lavoro con Animali Celesti in Toscana e ho la compagnia Laboratorio Metamorfosi. Forse questa residenza è stata preziosissima proprio perché mi ha permesso di rimanere completamente sola. Anche se, ripeto, adoro lavorare in compagnia!
[B.] Da quanto tempo hai in mente questo progetto?
[F.] Da un po’ di tempo. Abbiamo debuttato con MACBELLUM nel 2023, dopodiché nell’estate del 2024 ho pensato che mi sarebbe piaciuto continuare con l’EDIPUS. Con la compagnia con cui collaboro a Pisa, da ormai 30 anni, organizziamo un “contro festival”, una cosa molto strana e fricchettona con persone bellissime e fuori di testa. Durante questo festival abbiamo portato in scena lo spettacolo MACBELLUM in 5 minuti in chiave comica. Da qui l’idea di fare lo stesso con EDIPUS ma in 20 minuti. Per proseguire il progetto mi piacerebbe trovare qualcuno che mi produca. Mi mancano il lavoro drammaturgico e la scenografia e quando ho visto che la call per la residenza presso IDRA Teatro, ho pensato fosse l’occasione perfetta.
[B.] Hai fatto un lavoro incredibile di “taglia-cuci” per portare il lavoro a 20 minuti.
[F.] Pensa che lo spettacolo originale di Franco Parenti dura più di due ore. Bisogna leggerlo tutto e pensare ai pezzi che piacciono di più. Tutto si gioca sul rapporto tra i personaggi, mostrato al pubblico piuttosto di fretta. E la rappresentazione radicalmente che siano 5 minuti o 20. Il problema è proprio quello: ci vuole un sacco di tempo da dedicare alla riscrittura. È comunque ovvio che scrivere da zero è peggio. Qui la storia d’amore originale è fra Edipus e Iocasta ma è diversa nella versione di Testori, per cui ho dovuto girare un po’ tutto.
[B.] Vorresti quindi creare uno spettacolo più lungo?
[F.] Sì e di trovare qualcuno che mi dia i soldi per andare avanti.
[B.] Questa è la seconda volta che vieni in residenza da noi con IOCASTA. Come hai strutturato il lavoro?
[F.] All’inizio ho lavorato su uno spettacolo di 5 minuti e ho continuato da lì, ampliandolo. Essendo sola lavoro con la videocamera: provo e riprovo, come si fa nel teatro tradizionale. Poi ognuno ha il proprio metodo: per me la ricerca è corpo, voce, relazione invisibile e follia. Per questo, tendenzialmente, evito di usare la musica, se non dal vivo. Penso sia un ragionamento fuori moda, il che mi piace. Non so come dire, è un popolare non pop. Io penso di fare ricerca, o almeno cerco, poi cosa trovo non lo so. Quindi lavoro così, nel semplice, nell’artigianato totale, cercando di fare un percorso di cambiamento il più reale possibile. Ovviamente è un lavoro che faccio per il pubblico però allo stesso tempo per me è un’esperienza di vita e un lavoro personale, condiviso con chi mi guarda.
[B.] Queste sensazioni cambiano da spettacolo a spettacolo?
[F.] Mi piace conoscere e incontrare gente, fare continuamente formazione. Lo faccio da sempre. È come se, senza saperlo, facessi da tutta la vita lo stesso lavoro: quello della figura scenica, come la chiamo io. Non mi piace pensare ai personaggi di per sé: sono io che cambio dentro alle cose. Per rispondere alla tua domanda, le sensazioni non cambiano tanto da uno spettacolo all’altro: sono altre facce di un’unica strada.


[Marco – IDRA Teatro] Prima dicevi che ti piace lavorare in un ambiente con altre persone ma quando si tratta di dover entrare nel momento per vivere la scena, trovi più facile lavorare da sola, come in questo caso, o a fianco di altre figure?
[F.] Facendo l’attrice, forse mi viene più facile con gli altri, nel senso che l’occhio esterno, se c’è fiducia reciproca o se c’è una relazione di collaborazione artistica, è di grande aiuto. Così posso mollare la mia testa, lasciare l’aspetto razionale. Se io sono sia la performer che la regista, il faro è sempre acceso. Non riesco a non ascoltarmi, non posso non ascoltarmi.
Invece, quando io sono dentro e Alessandro, il mio regista di Pisa, è fuori, basta, io non so cosa sto facendo, non me lo ricordo. Noi abbiamo anche lavorato un pochino con tecniche come la mindfulness, semi mini ipnosi con esperti ed esperte, come vi dicevo la componente irrazionale nel nostro modo di fare teatro è molto presente. Quindi se c’è una persona esterna che mi protegge, allora vado in vacanza, ciaone, ma, invece, se sono sola, no. Devo trovare un equilibrio tra l’esserci e il non esserci. Quando c’è un regista, quel bilico lo raggiungo più facilmente. Paradossalmente però, a volte, il risultato, quando sono sola, lo raggiungo prima. Non so bene come rispondere, la verità è che mi piacciono entrambe le cose.
[B.] Come ti immagini lo spettacolo pronto?
[F.] In uno spazio non teatrale e, per ora, trasportabile in qualsiasi spazio. L’ideale sarebbe farlo in un teatrino di parrocchia. Un’attrice sfigata che è rimasta sola deve stare in un teatrino, per forza. Ma tutti i posti vanno bene perché, appunto, la protagonista parte talmente tanto sfigata. E poi io sono super abituata, faccio spettacoli anche nelle stalle.
[B.] Colleghiamoci al tema di Wonderland Festival 2025: di chi è la colpa?
[F.] Io porto l’EDIPO. Tutto riguarda la colpa! Soffro molto di senso di colpa. Ci combatto più che posso quindi mi viene da dire che la colpa è dei padri. Il problema è che i padri siamo noi: io ho l’età di una madre. A me viene da pensare che è colpa nostra. Se ci penso, quello che mi piace di Testori è che c’è una grande ingenuità. Lui ha scritto quel personaggio perché è uguale a lui. Nonostante la sua vita sia andata a rotoli c’è comunque una speranza; crede ancora in una possibilità. A me fa molta tenerezza. Mi ci riconosco anche. Anche io ci credo ancora, nella mia follia, altrimenti non sarei qui da giorni a lavorare sola. Io a 54 anni penso che il teatro sia un piccolo rito di salvazione perciò è colpa nostra anche nel rinunciare alla gioia nella vita, nel rinunciare a poter vivere nella semplicità con fede, non religiosa, ma curiosità.







