Sotto il governo Meloni, il settore culturale italiano ha registrato una crescente influenza politica che, sebbene non sempre esplicita, ha influenzato l’assegnazione dei fondi pubblici e l’orientamento della programmazione istituzionale. Sebbene la censura sia raramente esplicita, esiste una sottile pressione ad allinearsi a una visione nazionalista o conservatrice della cultura.
Il ministro della Cultura italiano, Alessandro Giuli, ha recentemente espresso opinioni critiche sulla sinistra culturale in Italia, affermando che “a sinistra sono rimasti solo i comici”. Durante un discorso tenuto a Firenze in occasione dell’Assemblea Spazio Cultura 2025 organizzata dal partito politico Fratelli d’Italia, Giuli ha affermato: «Un tempo esisteva una cultura di sinistra davvero potente, coerente e strutturata, gramsciana, dobbiamo riconoscerlo. Ma col tempo si è erosa, soprattutto dopo che si è verificato il divorzio tra consenso e potere. Avevano gli intellettuali e li hanno persi; si sono rivolti agli influencer e poi hanno scoperto che anche loro erano interessati solo al denaro. Ora, tutto ciò che gli è rimasto sono i comici”. Queste osservazioni hanno suscitato reazioni nel panorama culturale e politico italiano, alimentando ulteriormente il dibattito sul ruolo della cultura nella società odierna.
È chiaro che uno degli obiettivi di questo governo è quello di sostituire le figure chiave delle istituzioni culturali con persone la cui visione sia in linea con quella del governo. Purtroppo, su questo punto, non si può dire che Meloni abbia agito in modo molto diverso dai governi precedenti tuttavia, è degno di nota il fatto che i cambiamenti radicali abbiano portato a conflitti mai visti prima, sia all’interno delle istituzioni stesse che tra il pubblico degli eventi e gli enti organizzatori. Ad esempio, il Museo MAXXI di Roma ha visto un cambiamento nell’orientamento curatoriale a seguito dei cambiamenti nella leadership, con una maggiore enfasi posta sulle mostre che promuovono una visione celebrativa dell’identità italiana, spesso a scapito di progetti più sperimentali o critici. Allo stesso modo, il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2023 è stato criticato per le sue scelte curatoriali neutre e apolitiche, viste da molti come il riflesso di un clima in cui le voci apertamente critiche o progressiste rischiano di essere messe da parte. Nel campo delle arti performative, festival come Santarcangelo Festival hanno subito tagli ai finanziamenti o controlli politici, soprattutto quando affrontano temi come diritti LGBTQIA+, migrazione o disuguaglianze sociali. Alcune produzioni sono state apertamente criticate da funzionari governativi, creando un effetto dissuasivo che ha portato curatori/curatrici e registi/e a evitare preventivamente argomenti politicamente più sensibili.
Nel contesto delle arti performative indipendenti, queste pressioni si sono tradotte in una maggiore difficoltà nell’accedere ai finanziamenti pubblici per progetti con una forte dimensione sociale o politica. Di conseguenza, si è dovuto adattare le proprie programmazioni, a volte concentrandosi maggiormente su progetti educativi o comunitari che mantengono un approccio critico pur apparendo meno controversi dal punto di vista politico. Si sono cercate partnership internazionali e sostegno privato per preservare la propria autonomia. Questi cambiamenti riflettono una tendenza più ampia: la ridefinizione delle priorità culturali in modo da emarginare il dissenso e incoraggiare una narrazione più ristretta e approvata dallo Stato dell’identità italiana.
Un altro esempio molto grave che mette in luce la strategia del governo è quanto accaduto lo scorso luglio con l’associazione indipendente dei teatri C.Re.S.Co., l’unica nel suo genere in Italia. L’associazione era stata invitata, insieme all’AGIS, la più grande associazione italiana per il teatro, la musica e il cinema, a una tavola rotonda sulla nuova normativa ora in vigore, che assegnerà i finanziamenti per il prossimo triennio. Dopo una prima riunione preliminare, C.Re.S.Co. non è stata più invitata e le è stato chiaramente detto che la sua esclusione era una decisione politica. Da quella tavola rotonda è ora scaturita una normativa non molto diversa dalla precedente, tranne che per un dettaglio estremamente grave che può sembrare minore ma che in realtà consentirà un cambiamento radicale: tutti i riferimenti al teatro contemporaneo o innovativo sono stati rimossi dalla normativa. Ciò consentirà a nuove organizzazioni private di entrare nel sistema di finanziamento, entità che non hanno nulla a che vedere con il teatro contemporaneo, ma piuttosto con quello che possiamo definire teatro commerciale. Quindi un’altra tecnica utilizzata dal governo Meloni è stata quella di dividere i sindacati e le organizzazioni ombrello per poter agire indisturbato nella modifica dei regolamenti che disciplinano la distribuzione dei fondi.
Purtroppo, questi metodi stanno avvicinando sempre più l’Italia ai paesi in cui la democrazia è minacciata. La metodologia è la stessa: gli obiettivi dichiarati della legge rimangono invariati ma la legge stessa viene completamente svuotata del suo significato originale. Al suo posto vengono introdotti criteri di valutazione altamente irregolari, che per di più non sono nemmeno in linea con gli obiettivi dichiarati dalla legge stessa. Ad esempio, la legge sostiene di sostenere il pluralismo culturale, ma introduce criteri di valutazione molto rigidi basati sul numero di spettatori/spettatrici, in particolare per i festival, favorendo così quelle organizzazioni che, a scapito della qualità delle produzioni contemporanee, sono in grado di attirare grandi folle.
A ciò si aggiunge la delusione per una disposizione tanto attesa dal settore che avrebbe dovuto introdurre misure volte a migliorare il benessere degli/delle artisti/e italiani/e. Infatti, nonostante l’approvazione del servizio “Indennità di discontinuità a favore dei lavoratori dello spettacolo”, la misura risulta essere ampiamente sottofinanziata rispetto alle reali esigenze del settore.
Si può dire che nel primo anno del governo Meloni non ci sono stati cambiamenti radicali, piuttosto il governo ha lavorato per modificare strutturalmente il sistema al fine di minarne le fondamenta. Sotto il governo Meloni, la cultura è diventata effettivamente solo uno strumento di propaganda (in quanto allineata all’ideologia del governo o fortemente ostacolata, bollata come rappresentativa di una mentalità politica di sinistra)? Finora le proteste che hanno avuto luogo sono state relativamente deboli ma assistiamo sempre più spesso a episodi di tensione che vengono riportati anche dai media, come il recente scambio tra l’attore Elio Germano e il ministro Giuli sui tagli al settore cinematografico, o lo scontro tra lo scrittore Roberto Saviano e la stessa Meloni durante la fiera del libro in Germania.
Il governo ha ribadito in diverse occasioni la necessità di rendere il sistema più dinamico, facilitando anche il ricambio generazionale. I/Le professionisti/e del settore si chiedono come questi cambiamenti avranno luogo dato che i finanziamenti non sono stati aumentati (ma nemmeno tagliati, il che è una buona notizia rispetto al panorama internazionale) mentre le domande ricevute sono aumentate di un terzo rispetto al triennio precedente (oltre 700). La motivazione di questa crescita risiede sicuramente in un processo avviato alla fine del periodo Covid, in cui le regioni italiane hanno iniziato a tagliare drasticamente i finanziamenti alla cultura dal 10% al 50% a seconda della regione. A luglio saranno stanziati i finanziamenti per il prossimo triennio. Questo sarà il momento in cui finalmente si riveleranno le vere intenzioni del governo, dimostrando l’esito dei cambiamenti strutturali di cui ho parlato in precedenza. Vedremo se e chi trarrà beneficio da questi cambiamenti che scuoteranno l’intera infrastruttura culturale delle arti dello spettacolo, in particolare il settore indipendente. A partire da luglio, vedremo se le organizzazioni ombrello saranno in grado di interpretare lo sconcerto diffuso e trovare valori comuni su cui costruire alleanze per un dialogo fruttuoso con il governo.
Articolo scritto dal direttore artistico Davide D’Antonio in occasione del congresso “Theater im gegenwind. mut zum wandel” (“Teatro controvento. Il coraggio di cambiare”).
Traduzione dall’inglese