Ecco Boombox Squad, collettivo di artisti e artiste nato nel 2013 e attivo nella scena hip hop e street dance. Con noi Mattia Quintavalle, Giacomo Turati, Pietro Fiorenza, Aurora Fregoni e Mauro Meddi.
[Laura, IDRA Teatro] Ciao Boombox! Come nasce il vostro collettivo?
[Mattia] Nasciamo come crew di danza “alla Step Up”, senza i salti acrobatici – per ora, qualcuno si sta allenando. Boombox Squad è prima di tutto un circolo culturale nato a Brescia intorno al 2013, fondato da b-boy del territorio. L’idea iniziale era di aprire una scuola di danza, successivamente invece – visto che non siamo mai stati/e convenzionali – si è deciso di aprire un locale, un circolo ARCI, per creare un luogo di incontro più libero e vivo.
Il collettivo che ha dato vita a Boombox era composto da b-boy e DJ, ma col tempo si è allargato includendo ballerini e ballerine, rapper, musicisti e musiciste, producer, graffitari e graffittare. È diventato un vero e proprio collettivo artistico, non solo di danza ma anche di musica e cultura hip-hop in senso ampio. Parliamo di breaker, hip-hop freestyler, danze “in piedi”, con tutte le ramificazioni della black culture: popping, waacking, house, e naturalmente DJ e produttori di breakbeat, anche di livello internazionale.
Come tutte le crew hip-hop che si rispettino, il nostro mondo era fatto di battle, competizioni, sfide coreografiche. Ognuno ha poi sviluppato il proprio percorso: Aurora, per esempio, è entrata nel locale a otto anni e oggi ne ha diciotto, non ha studiato danza in modo convenzionale ma all’interno di un club. Pietro è arrivato poco dopo, anche lui giovanissimo. Tutti/e noi veniamo da quello spazio, non da scuole di danza tradizionali e questo è importante perché ci ha dato una forma mentis diversa: siamo cresciuti/e ballando in un contesto non convenzionale, che però è il luogo più naturale per l’hip-hop, fatto di condivisione, clubbing, incontro tra età, culture ed esperienze diverse. Il punto in comune era sempre la musica e la danza.
Il progetto Boombox Squad Company nasce, invece, in ambito teatrale da me e Giacomo. Il primo spettacolo che abbiamo creato è stato R.I.A.D., un progetto di ricerca ritmica senza musica registrata: tutto suonato dal vivo, tra body percussion ed esplorazione della batteria. È un lavoro nato durante il periodo del Covid, quando la sede di Boombox ha dovuto chiudere per motivi economici. Ma come spesso accade, da una fine nasce qualcos’altro: ci siamo detti che avevamo finalmente tempo, e lo abbiamo usato per creare.
Sono stati due anni difficili, perché eravamo soli in sala, senza sapere davvero cosa stessimo facendo. Io ho un background teatrale, ma non ero ancora un coreografo teatrale; stavo iniziando proprio allora. Portare l’hip-hop in teatro senza snaturarlo è complesso: per noi l’identità è tutto. Non ci interessa contaminare per forza, ma portare in scena l’hip-hop per come lo viviamo e lo pensiamo. La danza è danza, può stare ovunque se ha un’identità forte. Questo è ciò che mi hanno insegnato i coreografi e le coreografe che ho incontrato nel mio percorso. R.I.A.D. ha avuto un successo inaspettato: lo spettacolo dura 50 minuti e oggi conta molte repliche, anche all’estero. È tutto autoprodotto: produzione, organizzazione, tutto fatto da noi.
[L.] Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell’autoproduzione?
[M.] Lo svantaggio principale è economico però, a conti fatti, abbiamo investito soprattutto il nostro tempo. Non c’è musica registrata, i costumi li abbiamo pagati da soli e, per fortuna, avevamo già uno spazio dove lavorare. Il Covid ci ha regalato tempo, anche se in un periodo storico terribile. È stato forse il tempo meglio speso: prove in orari assurdi, lavori notturni, io arrivavo da Cesena e stavo via settimane, con una figlia a casa… è stato duro.
[Giacomo] Un altro svantaggio è la mancanza di tutela. In due siamo stati tutto: performer, musicisti, produttori. Non è semplice. Per fortuna siamo stati supportati dall’associazione, Escape Project, che ci ha aiutato nella parte di comunicazione e nella scrittura dei bandi. Senza di loro sarebbe stato molto più difficile.
[M.] Se oggi siamo qui è grazie a loro.
[L.] Come vi state trovando a lavorare negli spazi di IDRA Teatro?
[M.] Venendo dal mondo underground siamo persone semplici: basta uno spazio e della musica. Qui abbiamo pavimento, quattro pareti e tutto quello che serve.
[G.] L’adattamento è una chiave fondamentale per noi. Siamo partiti creando in una sala più piccola, bassa e chiusa. Cambiare spazio è stato uno stimolo creativo: qui c’è più aria, più altezza, un altro impatto visivo. Anche il corpo reagisce in modo diverso.
[Mauro] Anche l’output musicale cambia molto. Il luogo influenza la creazione: le sonorità, i movimenti, persino il colore delle tende. Qui lo spazio ci ha portato a esplorare suoni e gesti che altrove non sarebbero nati.


[L.] Parliamo del concetto di loop, alla base del vostro lavoro. Come si integrano musica e danza tra di loro?
[Mauro] Lo spettacolo è un grande loop fatto di tanti piccoli loop. È un concetto che trovi ovunque, nella vita quotidiana e nell’esistenza. Musicalmente è stimolante lavorare su ripetizioni che escono dai canoni classici.
[Pietro] L’hip-hop nasce proprio dal loop: due giradischi, parti che si ripetono. La danza che balliamo oggi esiste grazie a questo.
[G.] Il loop ci ha permesso di portare in scena l’hip-hop come danza, musica e cultura. Non è solo ballare su una base: è raccontare un linguaggio con una storia, un vocabolario, un’identità. Portarlo in teatro è una sfida, perché il pubblico non è abituato, ma è una novità che negli ultimi anni sta trovando spazio. È rischioso, ma necessario.
[Mauro] Credo che la forza dello spettacolo stia proprio nella convivenza tra la parte raw dell’hip-hop e quella più concettuale.
[L.] Ultima domanda, legata al fil rouge di Wonderland Festival 2025: di chi è la colpa?
[P.] Dato che prima non ci stavamo pensando, la colpa è di chi ha fatto la domanda! [risate]
[M.] La risposta potrebbe essere: e di chi non è la colpa?







