Vincitrice del bando rivolto ad artisti e artiste di Brescia, Angelica Squicciarini ha sviluppato il suo progetto grazie a una residenza artistica presso il nostro teatro, chiamando per la prima volta a lavorare con sé altre artiste sul palco. La collaborazione con Beatrice Botticini per la regia nasce da una conoscenza, trasformata in amicizia, nel 2017 in occasione del corso di alta formazione I CORPI E LE VOCI DELLA DANZA, promosso da Cronopios, L’arboreto – Teatro Dimora e Cantieri Danza, in Emilia Romagna. Tra animali, ironia e danze passionali, la performer è riuscita a espandere il suo progetto nato nel 2023 che vuole parlare di amore libero e divorzio con un tono quasi fiabesco.
Tra una pausa e l’altra, ci siamo fermate e insieme abbiamo parlato di cosa significa creare e di quello che succede durante una residenza artistica.


[Morgana – IDRA Teatro] Parlatemi un po’ di voi: da dove nasce l’idea de L’ELEFANTE E LA FORMICA?
[Angelica Squicciarini] Abbiamo frequentato un corso di alta formazione in cui dovevamo proporre un nostro lavoro autoriale e ho pensato di creare L’ELEFANTE E LA FORMICA, uno spettacolo che tratta diversi temi tra cui il divorzio e l’amore libero. Poi ho portato avanti il lavoro, iniziando a collaborare con Beatrice e altri due performer.
[Beatrice Botticini] L’idea è nata da Angelica e si è sviluppata grazie all’opportunità di essere rappresentata in diversi teatri. Il nostro obiettivo qui in residenza è quello di proseguire la ricerca artistica e sviluppare altri quadri scenici che, per ora, abbiamo in mente.
[Benedetta – IDRA Teatro] A che punto siete della ricerca? Avete già presentato questo lavoro in altre forme e occasioni?
[A.] La prima parte è già stata presentata al Teatro Elfo Puccini, al Teatro Rossini Gioia del Colle, al Teatro Fontana e al Festival Exister. Abbiamo rappresentato 15 minuti di lettura performativa e momenti molto schematici di quella che sarà la futura performance. Ora, in residenza, stiamo sviluppando tutto il resto.
[B.] Siamo a buon punto: stiamo lavorando su ulteriori quadri scenici e su altre tematiche relative alle relazioni che intercorrono tra i personaggi. Adesso bisogna solo provare il lavoro con gli “elefanti”, gli altri due performer!
[B.] I quadri scenici di cui ci parlate come si aggiungono al testo inizialmente scritto?
[A.] Nella prima parte raccontiamo, tramite la lettura performativa, ciò che succederà nella storia. Tutto ciò che succede nei quadri scenici diventa, invece, la spiegazione stessa di quella storia. Prima raccontiamo la storia, poi la mostriamo con la danza, con il tango, con il cabaret. La ricerca artistica diventa potenzialmente infinita perché ripercorre la stessa storia con forme artistiche e strumenti diversi. Al momento abbiamo stabilito un punto dove fermarci, un finale, più malinconico, che possa spiegare tutto quanto successo.
[B.] Poi ovviamente avendo altre opportunità e risorse, potremo ampliare il lavoro, coinvolgendo nella creazione gli performer con cui collaboriamo.
[B.] Da cosa deriva la scelta del cabaret, così come del tango?
[A.] Non ho un background di studi legato al cabaret o al tango. Ho scelto queste due forme artistiche in base alla storia raccontata. Il tango è la modalità più adatta per mostrare la passione tra i due “elefanti”, che hanno messo da parte la “formica” (la moglie) mentre il cabaret smaschera al pubblico, anche in maniera un po’ falsata, la natura di tutti e tre i personaggi. Il momento finale è l’unico che rimane un più malinconico.
[B.] Cabaret e tango ci permettono di rappresentare le dinamiche che intercorrono tra i personaggi. Il cabaret, che diventa anche musical, è una vetrina in cui tutti e tre i personaggi interagiscono a favore di pubblico mentre il tango isola le due figure maschili per portare in scena la loro passione. Le forme con cui rappresentiamo la scena sono degli appigli per interpretare la storia che raccontiamo all’inizio.
[A.] Le dinamiche rappresentate, così come l’impiego del tango per parlare di passione, ci permette di parlare all’immaginario di ognuno e ognuna di noi. La forma artistica utilizzata permette di far arrivare il racconto in maniera chiara e diretta anche a chi inizialmente non lo aveva capito.
[B.] L’ELEFANTE E LA FORMICA: il titolo è favolistico…
[A.] Esatto, proprio per questo l’abbiamo scelto. Tutti e tutte conosciamo la favola de L’ELEFANTE E LA FORMICA però questa che noi presentiamo è una storia diversa. A un primo impatto il titolo rimanda all’infanzia e a un tempo passato, un momento di passaggio che presto si trasforma in stupore quando si scopre il tema del divorzio, della storia di due innamorati, dell’uomo che lascia la moglie a favore della relazione con suo cugino di terzo grado che si chiama come lui, Franco. Lo spettacolo che stiamo realizzando è molto ironico. Tutte le tempistiche, le pause, sono fatte proprio per suscitare ironia.
[B.] Chi ha realizzato i costumi?
[A.] Sono dello stilista Filippo Laterza. Gli “elefanti” hanno una semplice mutandina, invece il vestito vuole rappresentare una sposa lasciata all’altare. Di più non posso dire!
[B.] La ricerca artistica che stai svolgendo è in linea con altri lavori già fatti?
[A.] In tutti i miei lavori cerco di utilizzare l’ironia; in questo L’ELEFANTE E LA FORMICA è simile ad altri progetti che ho ideato e realizzato. Utilizzo spesso anche gli animali; mi piace molto trasformarmi e l’ironia è alla base. Lavorare con Alessandro Carboni mi ha permesso di trovare una nuova modalità: un lavoro molto pulito e non troppo descrittivo. Ho messo da parte tutto per trovare un elemento centrale – in questo caso, il racconto – da analizzare, approfondire e usare come perno per costruire l’intera storia. Un altro elemento nuovo che contraddistingue questa ricerca è la presenza di una co-regista e di due performer.Questo è il mio primo spettacolo con altre persone con me sul palco, ed è bellissimo. Ha tutto più senso, è più semplice anche raccontare una storia. Mi piace esibirmi da sola però, in questo caso, la presenza di altri performer dà alla storia maggiore rilievo. Dipende dalla ricerca: parallelamente sto preparando un’altra performance, e lì sono sola.
[B.] Invece a livello di co-regia è la prima esperienza o hai già lavorato in passato con registi e registe?
[A.] È la prima esperienza e mi sono trovata molto bene. Questa fase di lavoro è stata semplice da mettere in scena, sviluppandosi intorno ai primi 15 minuti già rappresentati in passato. Ora c’è più corpo e più dinamica però la linea narrativa è molto chiara. Stiamo riuscendo a mettere subito in scena quello che abbiamo scritto.
[B.] Sì, c’è molta intesa. L’idea era già chiara quindi il mio contributo è arrivato in un secondo momento, per dare un supporto alla creazione. Essendo la direzione già precisa e avendo Angelica uno stile definito e riconoscibile, è stato interessante accompagnare questo momento di creazione, prima dell’arrivo degli “elefanti”.
[B.] Di cosa avete bisogno per concludere il progetto?
[A.] La residenza che stiamo svolgendo qui sta andando bene, vorrei avere tutti i giorni uno spazio così! Dovremmo avere sempre a disposizione spazi del genere per creare, pensavo ci avremmo messo molto di più invece siamo qui da poco e già siamo a buon punto.
[B.] Avere tempo e spazio dedicato è necessario per gli artisti e le artiste. Pensando a un’ottica di sviluppo del progetto, vorremmo avere anche altre opportunità di residenza per concludere il lavoro di creazione con gli “elefanti”. La loro presenza cambia la percezione: ora stiamo lavorando sugli elementi che funzionano e sulle tempistiche. Per concludere il lavoro abbiamo ovviamente bisogno di altro spazio e tempo e della loro presenza.
[B.] Parliamo di Wonderland Festival e del tema dell’edizione 2025 “Di chi è la colpa?”. Per te di chi è la colpa?
[A.] Di una rana. Mi piacciono le rane, ne ho tante. Quindi sicuramente la colpa è di una rana.
[M.] Ultima domanda per Angelica: quali sono i tuoi progetti futuri? Un sogno che hai, una collaborazione, un posto dove vorresti lavorare, qualcosa che vorresti fare?
[A.] Fare la soubrette di Massimo Ranieri durante i suoi show! Sì, lo amo: pensate che nella prima parte dello spettacolo c’è proprio PERDERE L’AMORE di Massimo Ranieri.







